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Abbazia di San Liberatore a Majella

Abbazia di San Liberatore a Majella

Cenni storici

L’antica abbazia di San Liberatore sorge a poca distanza dal centro abitato di Serramonacesca e dalle sorgenti del fiume Alento. Prima dell’attuale costruzione sorgeva qui un monumento più antico, che la leggenda collega a Carlo Magno, ma che certo era anteriore alla metà del secolo IX.

La data di fondazione del cenobio è incerta anche se il primo documento scritto ufficiale, il Memoratorio di Bertario, risale agli anni del suo abbazziato (854-883 d.C.).

Il monumento, devastato dal terremoto del 990, fu ricostruito in forme più grandiose tra il 1007 ed il 1019 dall’abate Teobaldo e nuovamente, alla fine del XI secolo (1080), da Desiderio.
Lavori di restauro, inoltre, sono stati eseguiti nel corso del secolo XIII dall’abate francese Bernardo I Ayglerio (1264-1282), che fece realizzare il pavimento a mosaico cosmatesco della navata centrale.

Nel 1595 l’abate don Basilio da Brescia fece modificare sia il monastero sia la chiesa aggiungendo a questa un portico e le finestre rinascimentali. L’abbazia nella prima metà del ‘700 godeva ancora di una intensa attività economica e religiosa, come si può dedurre dalla stampa pubblicata dal Gattola nel 1733.

A seguito del decreto di soppressione degli ordini monastici da parte di Napoleone nel 1806, San Liberatore iniziò in questo periodo il suo lento declino. Il monumento, invaso dalla vegetazione e utilizzato come cimitero, rimase per molto tempo ridotto a rudere. Soltanto nel 1958, liberato da sterpi e detriti, venne riassettato il terreno che frane e terremoti avevano stravolto mentre un decennio più tardi (1967) iniziarono gli interventi integrativi che conferirono alla chiesa l’aspetto attuale.

La chiesa

La facciata, una volta preceduta da un portico, è a doppio spiovente con cornici ad arcatelle lungo le linee finali; un marcapiano la divide e le lesene della parte superiore corrispondono a semicolonne in quella inferiore, unite da arcate a tutto sesto. Le semicolonne incorniciano tre portali, ornati, negli stipiti, nelle architravi e negli archivolti da bassorilievi con motivi a tralci e palmette. Nell’architrave del portale di destra è da notare la presenza di due leoni, in posizione simmetrica ed equilibrata, ma con un aspetto palesemente deformato nella micro dimensione delle teste, simbolo della sproporzione tra il Divino e il mondo materiale.

Sempre all’esterno degna di nota è la massiccia torre campanaria, quadrangolare, posta a lato della facciata e distaccata dalla chiesa di circa cm. 20; presenta classiche cornici che delimitano i ripiani con monofore, bifore e trifore in successione.

Il lato a valle della chiesa si presenta privo di elementi decorativi perché su di esso si addossava il chiostro insieme a tutto il monastero. Sulla parete si aprono tre passaggi: due porte davano l’accesso al monastero e alla sacrestia mentre la terza immetteva nel chiostro. Sulle pareti restano le tracce delle volte del chiostro, due solchi dove si innestavano i solai lignei.

Il prospetto posteriore segue simmetricamente la sagoma a salienti della facciata anteriore. I semicilindri delle absidi sono di altezza diversa: quello centrale, che si divide in due parti orizzontali, è il più alto e coincide con la parte superiore degli spioventi delle coperture delle navate laterali. La parte superiore comprende il motivo degli archetti pensili e tre finestre di stile preromanico, la parte inferiore non presenta decorazioni o elementi ma è interessante per la perfezione della concia dei blocchi in calcare. La cornice dei tetti delle absidi minori coincide con la linea di separazione orizzontale dell’abside centrale. Tutte le finestre sono valorizzate dalla triplice risega che ha la funzione di fornire più luce a dare l’impressione di maggior ampiezza.

Il lato a monte è caratterizzato da contrafforti che hanno la funzione di controspinta strutturale e formano una galleria aperta che crea uno scorcio prospettico di grande effetto. Certamente vennero realizzati per trattenere la spinta dovuta alla mancanza di coesione del terreno collinare sovrastante.

L’interno della chiesa, ampio e maestoso, è a tre navate, divise da sette arcate per lato impostate su pilastri quadrangolari; l’abside centrale e la laterale sinistra sono decorate da bellissimi affreschi.

Nella parete dell’abside centrale l’affresco riassume alcuni avvenimenti di particolare importanza per il monastero e raggruppa alcuni grandi personaggi della sua storia: San Benedetto (la cui immagine, corrosa dall’umidità, è quasi completamente scomparsa) con il libro della sua ‘regola’ in mano; l’abate Teobaldo, che regge la Chiesa di San Liberatore, da lui fatta risorgere all’inizio del secolo XI, nell’atto di porgerla a San Benedetto; il patrizio romano Tertullo, che, secondo la tradizione, donò alcuni territori alla Badia; l’imperatore Carlo Magno e il benefattore Sancio, signore di Villa Oliveti.

La chiesa, durante le trasformazioni strutturali del XIII secolo, sotto il regno di Carlo I d’Angiò (1265-1275) e l’abate francese Bernardo I Ayglerio (1263-1282) fu dotata del pavimento musivo. Si tratta di una derivazione dall’opus sectile di Montecassino, nella quale il progetto decorativo è costituito da un’intelaiatura reticolare a fasce marmoree, occupata internamente da specchiature a variatissimi motivi geometrici; un disco centrale di maggiori dimensioni è intrecciato per mezzo di cornici curvilinee a quattro dischi più piccoli, disposti agli angoli. Il motivo di origine bizantina, assente a Montecassino, detto quincunx, diviene in seguito fra i più comuni del repertorio cosmatesco-romano.

All’interno, nella porzione a destra della navata centrale, è presente un ambone, databile alla fine XII secolo, rimontato usando i numerosi frammenti conservati nella Chiesa del paese. L’opera di montaggio ha evidenziato la cassa quadrata del pulpito sorretta nel perimetro da quattro colonne. L’estetica e gli elementi presentano poche decorazioni.

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